Il panorama della ristorazione torinese continua a vivere una stagione di profondo fermento, incrociando culture distanti e formule capaci di ridefinire il concetto stesso di ospitalità. Nel cuore del Quadrilatero Romano, all’interno del centro d’arte contemporanea Spazio Musa (in Via della Consolata 11/E), ha trovato casa una delle insegne più affascinanti e discusse dell’anno: Akoya Lounge & Omakase.

Nato dall’intuizione dello chef Christian Mandura (già firma del celebre e rivoluzionario progetto Unforgettable) insieme al resident chef Alessandro Daddea, Akoya non è semplicemente un ristorante giapponese, ma un vero e proprio manifesto sensoriale dove l’estetica della precisione incontra l’energia della mixology d’avanguardia e della pasticceria d’autore.
Un’esperienza divisa in “Tre Atti”: la Lounge e i Cocktail di Simone Tasini
L’accesso ad Akoya segna un netto distacco con il frastuono esterno del centro cittadino. Ci si ritrova immersi in un ambiente che fonde le linee pulite del design giapponese con le suggestioni visive di una galleria d’arte. L’esperienza si articola come un percorso guidato, un rituale che inizia nella splendida zona Lounge Bar.

Qui, l’attesa della cena o il dopocena diventano momenti di puro edonismo grazie alla drink list studiata dal talentuoso capo barman Simone Tasini. La proposta cocktail di Akoya non è un semplice contorno, ma un pilastro dell’esperienza, caratterizzata da accostamenti minimali, puliti e ricchi di suggestioni orientali. Tra i cocktail disponibili nel locale spiccano creazioni d’autore come:
- Il Dirty Martini in stile Akoya: una reinterpretazione magistrale del grande classico, affilata, sapida e perfettamente calibrata per aprire il palato;
- L’Oolong Highball: un long drink freschissimo che unisce le note profonde e tostate del celebre tè semifermentato a una spinta citrica e dissetante;
- Il Cardamomo e Pompelmo: un match perfetto tra l’aromaticità speziata del cardamomo e l’amaro pungente del pompelmo rosa, ideale anche in abbinamento ai piatti.

Ad accompagnare questa prima fase di degustazione liquida vi è una colonna sonora tutt’altro che scontata: una selezione di musica elettronica con un beat costante, che setta il ritmo della serata conferendo al locale un’atmosfera vibrante, quasi da pre-party internazionale.
Il sacro rito del bancone Omakase
Il vero cuore pulsante di Akoya si rivela quando si aprono le porte della sala principale. Davanti agli ospiti, appena dieci commensali a sera, si staglia un maestoso bancone a semicerchio. È qui che si compie la magia dell’Omakase, l’autentica formula giapponese che letteralmente significa “mi fido di te”. L’ospite abdica alla scelta del menu cartaceo per affidarsi completamente alle mani, al coltello e all’ispirazione dello chef Alessandro Daddea.

La vicinanza fisica con lo chef elimina ogni barriera: si osservano la gestualità millimetrica nel taglio del pesce, la calibrazione millesimale delle temperature e l’equilibrio dei condimenti.
Il percorso gastronomico: tra purezza rigorosa e contrasti audaci
La proposta culinaria di Akoya si muove su un doppio binario: il rispetto devoto per la tradizione del Sol Levante e la spinta creativa tipica della cucina d’autore contemporanea.

Il sipario si apre con una sequenza di antipasti di eccezionale finezza tecnica. Si spazia dal sontuoso Chawanmushi (il tipico budino salato giapponese cotto a vapore) con gamberi, brodo dashi, tartare di astice e caviale Karaburun, a passaggi sorprendenti come il calamaro servito con uova di aringa, yuzukosho, tonno in salsa ponzu e tsukemono. Non mancano incursioni inaspettate nel mondo delle carni pregiate, come la bresaola di Wagyu.
Il fulcro centrale è, come natura impone, la sfilata dei Nigiri. Il riso utilizzato è il pregiato Koshihikari Minami-Uonuma, lavorato con la giusta acidità e servito alla temperatura ideale per esaltare i tagli di tonno rosso, ventresca, branzino, anguilla e calamaro. Ogni pezzo viene adagiato direttamente sul bancone, da consumare rigorosamente in un sol boccone, preferibilmente con le mani.

La transizione verso la chiusura del percorso è affidata a una confortante ciotola di Ramen e a un piatto caldo magistrale: il petto d’anatra cotto sullo yakitori (la tipica griglia a carbone giapponese) e rifinito con ponzu, kumquat e cetrioli.

La chiusura dolce: l’arte della Chef Matilde Pangrazi
Il gran finale di Akoya devia dai sentieri più battuti della pasticceria asiatica tradizionale per abbracciare la creatività tecnica e l’audacia. La parte dei dolci è interamente curata dalla talentuosa Chef Pasticcera Matilde Pangrazi, capace di dialogare perfettamente con la filosofia “senza barriere” di Mandura.


Il percorso dolce si articola in un raffinato tris di dessert che gioca sui contrasti termici, sulla consistenza e su insolite virate sapide. Il culmine dell’esperienza è rappresentato dall’incredibile e indovinato connubio tra il cacao e il caviale: un accostamento spiazzante, dove l’intensità e l’amarezza del cioccolato trovano un contrasto perfetto nella salinità oceanica del caviale. Una chiusura sontuosa che si rivela memorabile se abbinata alla ricca selezione di Sakè in carta o a un distillato selezionato da Tasini al bancone.
Contatti e informazioni utili:
- Indirizzo: Via della Consolata 11/E, 10122 Torino (Presso Spazio Musa)
- Telefono: 011 5538730
- Formula: Lounge Bar & Cena Omakase su prenotazione (Consigliato prenotare con largo anticipo).
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